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9 Gennaio 2026

Bianchi: «Sud, sempre più iscritti all’università così le imprese trovano competenze»

di Nando Santonastaso

su Il Mattino

Direttore Bianchi, l’impatto del Sud sulla nuova occupazione del Paese resta decisivo ancorché in leggera frenata a novembre?

«Assolutamente sì, lo si era già visto con i dati Istat del terzo trimestre 2025: in uno scenario sostanzialmente stabile a livello nazionale, il Mezzogiorno ha continuato a registrare segnali di crescita dell’occupazione, anche femminile, sia pure con ritmi leggermente meno intensi del passato. È del tutto plausibile che anche a fine anno questa tendenza si sia confermata» risponde Luca Bianchi, direttore della Svimez.

È l’effetto del Pnrr sull’economia del Sud?

«Non c’è dubbio e lo confermano su scala nazionale da un lato l’incremento dei posti di lavoro della fascia 25-34 anni, sia pure in proporzioni contenute, e dall’altro quello dei lavoratori over 50, effetto quest’ultimo dei ritardi nell’accesso al pensionamento. Per questo c’è una evidente contraddizione nel mercato del lavoro: l’occupazione stabile cresce perché cresce soprattutto la quota di anziani occupata anche se per i giovani del Mezzogiorno la situazione sta cambiando».

Si riferisce al fatto che al Sud i giovani hanno riscoperto i saperi delle università e trovano più facilmente lavoro perché laureati?

«Proprio così. È quanto emerge nel nostro ultimo Rapporto. Abbiamo registrato un importante incremento di iscrizioni dei giovani agli atenei del Mezzogiorno e una crescita, direi inevitabile, dell’occupazione qualificata, a riprova del fatto che l’offerta formativa è cresciuta molto sul piano qualitativo. La trasformazione digitale richiede sempre più competenze ed è al Sud che le imprese del territorio le trovano finalmente con maggiore disponibilità, anche se ancora con una certa fatica. È evidente che la laurea apre sempre più opportunità di inserimento nel mondo del lavoro ma che questo potesse diventare una certezza anche nel Mezzogiorno non era così scontato, almeno fino a qualche anno fa».

Vuol dire, sia pure senza alcuna enfasi, che si può ridurre concretamente la quota di giovani anche laureati che lasciano il Sud?

«Attenzione. Non bastano i soldi a cambiare le decisioni delle persone ma le prospettive, a partire dalle condizioni che un laureato al Sud deve trovare per sentirsi pienamente competitivo rispetto ai colleghi di altre aree del Paese. Il riorientamento delle esigenze dei giovani diventa perciò fondamentale in futuro almeno quanto il soddisfacimento della loro domanda di lavoro».

Il rischio che l’effetto del Pnrr si esaurisca nel prossimo anno è però reale…

«La nostra previsione è che anche il 2026 sarà ancora un anno di spesa perché siamo ormai all’ultimo miglio del Pnrr e bisognerà rispettare le ultime scadenze. Il problema potrebbe presentarsi a metà del 2027 in mancanza di elementi strutturali che possano compensare la prevedibile riduzione della spesa pubblica. Di sicuro il Pnrr lascerà segni importanti per la crescita del Mezzogiorno: penso ad esempio al miglioramento delle infrastrutture, alla crescita della digitalizzazione del sistema scolastico, all’indubbio miglioramento della capacità amministrativa. Perdere questa scia sarebbe davvero pericoloso».

Quanto inciderà la nuova filosofia delle politiche di coesione che l’Italia ha suggerito all’Unione Europea, ovvero più flessibilità nella spesa delle risorse europee e nazionali?

«Sarà il vero banco di prova per il Mezzogiorno. Le Regioni e il Governo sono chiamati ad adattare le politiche di Coesione, che in larga misura sono destinate al Sud, al modello messo in campo con il Pnrr. Vuol dire ad esempio mantenere i tempi di spesa previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Una scelta che soprattutto per Regioni come la Campania e la Puglia mi sembra decisiva: perché in entrambe l’impatto del Pnrr è stato notevole e proseguire nello stesso metodo di lavoro per sfide che non si annunciano meno rilevanti anche in futuro sarebbe un’occasione irrinunciabile per tenersi al passo con investimenti ed efficienza organizzativa».

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