di Luca Bianchi
su Corriere del Mezzogiorno
La Svimez pochi giorni fa a Napoli ha messo ancora una volta in evidenza che la dinamica positiva del Mezzogiorno è dovuta in larga parte, se non quasi esclusivamente, agli investimenti attivati dal Pnrr. Ciò dimostra che, con sistemi certi di premi e penalità, le amministrazioni pubbliche e le imprese private sono in grado di utilizzare in modo efficace le risorse disponibili. Allo stesso tempo nel corso della presentazione del Rapporto 2025 è apparso chiaro che, nonostante il trend di crescita dell’occupazione, non si sono ridotte le fragilità ed è cresciuto il fenomeno del lavoro povero nel Mezzogiorno.
Dal 2021 al 2025 i salari reali meridionali hanno perso potere d’acquisto, con una caduta più forte nel Sud, pari al 10,2%. I lavoratori poveri sono 1,2 milioni al Sud e tra il 2023 e il 2024 il loro numero è andato via via aumentando, di oltre 60 mila persone. Non basta avere un’occupazione per uscire dalla trappola della povertà.
Una fotografia delle contraddizioni di questa «straordinaria» fase di crescita e una sfida per la politica: accompagnare e sostenere la ripresa del Sud produttivo e al tempo stesso garantire la diffusione del benessere e la coesione sociale. È in questo quadro che va inserito il dibattito attivatosi in Campania intorno a due misure: la proposta Confindustria di utilizzare i fondi europei per rafforzare la Zes e l’introduzione da parte della giunta regionale di un salario minimo regionale.
Due proposte apparentemente contrapposte che hanno alimentato, come spesso avviene in un dibattito troppo spesso guidato dal pregiudizio, reazioni «schierate a priori». Invece, proprio per la complessità di questa fase di crescita, entrambe trovano serie motivazioni dalla lettura dei dati Svimez. È urgente, infatti, affrontare il tema della continuità degli investimenti dopo il 2026, e spetta alle politiche pubbliche raccogliere il testimone per dare continuità al progetto di cambiamento. Che deve avvenire attraverso una profonda riforma delle politiche di Coesione nazionali ed europee, affinché possano diventare il «Bazooka» capace di rendere compatibile l’obiettivo della competitività con quello della convergenza territoriale e di sostenere e stabilizzare i flussi di investimento nei territori meridionali nei prossimi anni.
A cominciare dalla Zes Unica, la cui efficacia si misura proprio dalla certezza degli incentivi. In questo quadro garantire il massimo di agevolazione con le risorse regionali europee è una scelta corretta, utile a rafforzare gli investimenti delle imprese campane e a favorire l’attrazione di investimenti esterni. Una «Super Zes Campania» può diventare un vero laboratorio di integrazione tra politiche di coesione e politiche industriali in grado di indirizzare gli incentivi verso filiere coerenti con l’agenda industriale europea e con le potenzialità dei territori meridionali.
Allo stesso tempo, la scelta della Campania presieduta da Roberto Fico di prevedere, nelle procedure di gara indette dalla Regione e dalle Asl, un punteggio premiale (nei criteri dell’offerta tecnica) alle imprese che si impegnano a pagare una retribuzione oraria minima non inferiore a 9 euro lordi è una prima risposta, parziale ma importante, alla diffusione del lavoro povero nelle regioni meridionali. Un modo concreto per incamminarsi a testa alta sulla strada dei diritti di cittadinanza da garantire a tutti, a partire dai meno abbienti. La cifra di 9 euro è quella che l’Istat indica da tempo come discrimine tra lavoro dignitoso e povertà lavorativa. La relazione tra lavoro e benessere è oggi infatti sempre più debole, segnale di una crescita quantitativa dell’occupazione non accompagnata da qualità e stabilità. In troppi casi, infatti, si dimentica che oggi nel Sud il salario medio lordo annuale è pari a 18.148 euro, che significa 1.396 euro lordi al mese. E in Campania le retribuzioni sono inferiori del 26% rispetto alla media nazionale. Peraltro, ciò riguarda i soli lavoratori a tempo indeterminato. Mentre i discontinui, i part time involontari, gli intermittenti e i tanti, troppi, sottoposti a contratti pirata sono spesso ben al di sotto di questa soglia. In un Paese che arretra sul piano economico e industriale, dove prevalgono precarietà e povertà lavorativa e i redditi sono erosi da inflazione e fiscal drag, in particolare in una Campania dove centinaia di migliaia di lavoratori percepiscono stipendi bassi anche a causa di una prevalenza di settori a scarso valore aggiunto, il salario minimo a 9 euro l’ora sostiene la dignità retributiva, il recupero del potere d’acquisto, il contrasto al dumping e al lavoro povero.
Competitività e giustizia sociale non posso essere dunque finalità contrapposte ma devono divenire obiettivi complementari di un nuovo disegno di politica economica per la Campania e per l’intero Mezzogiorno. Una sfida intorno alla quale è indispensabile costruire un’alleanza tra forze politiche, economiche e sociale.


