10 Marzo 2026

Qualità delle istituzioni, fattore sempre più decisivo

su Corriere del Mezzogiorno

di Annamaria Nifo e Gaetano Vecchione

Se chiediamo a un cittadino perché un territorio cresce (o arranca), spesso la risposta richiama lavoro, infrastrutture, scuola. Tutto vero. Ma c’è un «fattore invisibile» che attraversa questi temi: come funzionano le istituzioni. Non parliamo di palazzi romani, bensì di regole chiare, uffici che rispondono, tempi della giustizia ragionevoli, servizi che arrivano, trasparenza nelle decisioni pubbliche, partecipazione civica. In sintesi: fiducia. È la differenza tra un’impresa che apre in tre mesi o in tre anni, tra un concorso che si conclude o sì trascina, tra un cantiere che parte e uno che resta sulla carta.

Nei giorni scorsi, sulle pagine del Corriere, si richiamava all’intervento di Michele Oricchio in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2026 della Corte dei conti per la Campania. Al Sud, si è detto, la qualità delle istituzioni è più bassa. Ma cosa sono queste istituzioni? Dal 2012 proviamo a misurarle con l’IQI – Institutional Quality Index – costruito usando dati ufficiali e confrontabili nel tempo, a livello di regioni e province. L’idea è semplice: mettere insieme, in un’unica fotografia, segnali diversi del «buon funzionamento» pubblico – qualità dei servizi, capacità amministrativa, legalità, contrasto alla corruzione e partecipazione civica – per capire dove il Paese corre e dove frena. È vero, il quadro che emerge per il periodo 2004-2023 conferma un ampio divario Nord-Sud. Tuttavia, la traiettoria non è uniforme. Nel Centro-Nord si osserva un lento indebolimento; nel Mezzogiorno – e ancor più nelle Isole – la tendenza di lungo periodo è moderatamente migliorativa. Non significa che «tutto va be-ne»: significa che, pur partendo da livelli più bassi, alcuni territori stanno recuperando.

Guardando più nel dettaglio alle regioni del Sud, i progressi non sono uguali. La Campania, ad esempio, mostra un recupero consistente nel lungo periodo, pur restando lontana dai migliori standard nazionali. Puglia e Basilicata si collocano su valori intermedi; Calabria e Sicilia continuano a evidenziare fragilità più persistenti. Tra le Isole, la Sardegna si distingue per livelli relativamente più alti nel confronto meridionale. E dentro le regioni, le differenze provinciali restano marcate: la qualità istituzionale è anche una storia loca-le, fatta di amministrazioni che innovano e di altre che faticano. Nell’intero periodo 2004-2023, Bari e Cagliari mostrano performance migliori rispetto alla media meridionale; Napoli evidenzia un percorso di migliora-mento; Palermo e Catania restano più in difficoltà. Un messaggio, però, è chiaro: la qualità delle istituzioni non è «destino», ma il risultato di scelte, competenze e incentivi.

Qui si innesta il punto decisivo degli ultimi anni. Dopo la battuta d’arresto legata alla pandemia, tra 2021 e 2023 tutti i territori meridionali mostrano un recupero. E un segnale coerente con la stagione del Pnrr: più investimenti, più progettazione, più pressione a rispettare scadenze e procedure. Il Rapporto Svimez 2025 ricorda che nel Mezzogiorno gli investimenti pubblici dei Comuni sono raddoppiati tra 2022 e 2025 e che questa dinamica è legata alla loro «soddisfacente capacità» di attuare le misure del PNRR; inoltre, nel biennio 2023-2024 l’effetto espansivo del Piano è stimato più forte al Sud che nel Centro-Nord. In altre parole: quando arrivano risorse, strumenti e obiettivi chiari, molte amministrazioni meridionali dimostrano di saper fare.

Per troppo tempo il dibattito sul Mezzogiorno si è mosso tra due poli contrapposti: da un lato chi invoca una maggiore partecipazione «dal basso» e il risveglio della classe dirigente; dall’altro chi chiede soprattutto più risorse economiche. L’esperienza degli ultimi anni – e, in parti-colare, quella del Pnrr – suggerisce invece una via diversa: politiche capaci di tenere insieme investimenti aggiuntivi e obiettivi chiari di miglioramento della qualità istituzionale producono risultati concreti. Non è un caso se tra il 2022 e il 2025 il Mezzogiorno sia cresciuto più del Centro-Nord.

La sfida ora è non disperdere questo patrimonio quando la spinta del Pnrr si attenuerà. Servono continuità negli organici tecnici, formazione e ricerca, semplificazioni stabili, trasparenza nei dati, valutazione dei risultati e – soprattutto – una politica che premi chi realizza, non chi annuncia. Perché la qualità delle istituzioni è la più concreta delle politiche di sviluppo: è ciò che trasforma un finanziamento in un cantiere, un cantiere in un servizio, un servizio in benessere e opportunità per i cittadini. E, per il Mezzogiorno, è la leva che può rendere duraturo ciò che fino a ieri sembrava impossibile.

Condividi

Notizie correlate

Cerca nel sito

Inserisci una parola chiave per cercare nel titolo, contenuto o riassunto