Nel gennaio 2026 un’imponente frana di scivolamento, riattivata dalle piogge torrenziali del ciclone Harry, ha colpito il territorio comunale di Niscemi, con un fronte di circa quattro chilometri che ha determinato un collasso del terreno con abbassamenti verticali senza precedenti (15-25 metri), rendendo necessaria l’istituzione di una “zona rossa” e l’evacuazione di oltre 1.500 cittadini. Diversi esperti hanno evidenziato che, oltre alle piogge eccezionali, l’intera collina sta collassando verso la piana di Gela a causa di una fragilità geologica storica, riconducibile ai suoli argillosi e ai pendii soggetti a erosione.
La zona di Niscemi è nota come fragile dal punto di vista geologico, con frane e movimenti del terreno già documentati in passato, come nel caso della grande frana nel 1997, cui però non sono seguiti interventi strutturali completi di consolidamento. Perciò l’evento può essere considerato l’esito di criticità note da tempo, aggravate da un fenomeno meteorologico estremo. L’episodio assume dunque un significato che va oltre la dimensione locale, configurandosi come un indicatore delle fragilità strutturali nella gestione del rischio idrogeologico. Il caso di Niscemi si inserisce pienamente in una dinamica più ampia in cui il cambiamento climatico aggrava criticità strutturali esistenti, rendendo più frequenti e distruttivi eventi che colpiscono territori storicamente fragili. Niscemi non rappresenta infatti un’eccezione, ma un caso emblematico di una criticità diffusa che interessa larga parte del territorio nazionale.
In Italia, il dissesto idrogeologico rimane una criticità strutturale: secondo i più recenti dati ISPRA (2025), il 94,5% dei comuni è a rischio per frane, alluvioni o erosione costiera. Per quanto riguarda le frane, il territorio classificato a pericolosità da frana è aumentato del 15% rispetto al 2021, passando da 55.400 a 69.500 km², pari al 23% del territorio nazionale. La popolazione esposta conta 2,6 milioni di famiglie (9,8%) residenti in aree a pericolosità, quasi 370.000 in aree a pericolosità elevata e oltre 213.000 in aree a pericolosità molto elevata, per un totale di oltre 580 mila famiglie nelle classi di rischio più alte.
In questo contesto, la Sicilia è una delle regioni – insieme a Toscana (+52,8%) e Sardegna (+29,4%) – in cui la pericolosità da frana è aumentata in misura più significativa (+20,2%) rispetto al 2021, con 142 Comuni esposti ad alto rischio frana (oltre il 36% del totale). L’aggiornamento 2025 del Piano di Assetto Idrogeologico regionale (PAI Sicilia) evidenzia nuovi hotspot di rischio, specialmente nelle aree montane e costiere, e una vulnerabilità territoriale crescente frutto del cambiamento climatico, in particolare del moltiplicarsi di siccità prolungate (come nel 2024) che compromette la stabilità dei suoli e di piogge torrenziali che innescano inondazioni improvvise. La provincia di Caltanissetta è tra le aree più monitorate per la fragilità geomorfologica.
A questo quadro strutturale si sovrappone l’effetto del cambiamento climatico, che sta modificando in profondità le condizioni di rischio. Il bacino del Mediterraneo è riconosciuto come una delle aree più esposte agli effetti del cambiamento climatico, in particolare in termini di aumento della frequenza e dell’intensità dei fenomeni atmosferici estremi e di progressivi processi di desertificazione. Le proiezioni indicano, entro il 2050, un incremento medio delle temperature compreso tra 0,5°C e 1°C rispetto ai livelli attuali, che potrebbe salire a 1–1,5°C in presenza di concentrazioni crescenti di gas serra, con picchi fino a 2°C nella regione adriatica centrale e meridionale d’Italia.
In questo quadro, il diverso andamento delle precipitazioni tra territori italiani rafforza la necessità di affrontare il cambiamento climatico con un approccio territoriale differenziato, basato sul monitoraggio puntuale delle dinamiche locali. L’aumento degli episodi di piogge intense e concentrate nel tempo, alternati a periodi sempre più lunghi di siccità, sta modificando in profondità i regimi idrologici e accentuando l’instabilità dei suoli.
Oltre alle alluvioni, in Italia si osserva un incremento di fenomeni meteorologici estremi direttamente connessi all’aumento delle temperature, quali: ondate di calore prolungate, crescita del numero di giorni estivi (con temperature massime superiori a 25°C) e aumento delle notti tropicali (con temperature minime notturne oltre i 20°C). Tali fenomeni risultano in costante intensificazione e contribuiscono ad accrescere la vulnerabilità complessiva dei territori.
Gli effetti economici sono rilevanti: l’aumento delle temperature incide negativamente sulla resa agricola, sulla salute della popolazione – con maggiori costi per il sistema sanitario – e sulla produttività del lavoro, con ripercussioni anche su industria e servizi. Secondo analisi di scenario che simulano un aumento moderato delle temperature di 1,5°C, entro il 2100 il reddito pro capite italiano potrebbe ridursi in un intervallo compreso tra il 2,8% e il 9,5%.
La letteratura economica ha ampiamente evidenziato la relazione negativa tra climi più caldi e livelli di reddito, sottolineando come gli effetti possano essere differenziati in base alla struttura produttiva dei territori. Per l’Italia, un aumento sostenuto delle temperature potrebbe tradursi in impatti asimmetrici: un lieve incremento del PIL nelle regioni settentrionali (0–2%) e, al contrario, una contrazione significativa nel Mezzogiorno (–1/–3%), con punte superiori al –4% in regioni come Campania e Sicilia.
Il dissesto idrogeologico diventa così anche un fattore di freno allo sviluppo, incidendo sull’attrattività dei territori, sulla continuità delle attività produttive e sulle prospettive occupazionali.
DALL’EMERGENZA ALLA PREVENZIONE
La combinazione tra suoli instabili, urbanizzazione in aree a rischio e intensificazione delle precipitazioni estreme costituisce oggi uno dei principali moltiplicatori del dissesto idrogeologico nel Paese. È in questo quadro che si colloca il caso di Niscemi: all’intersezione tra cambiamento climatico, fragilità geologica storica e debolezza delle politiche di prevenzione.
I ritardi nella realizzazione di interventi strutturali di prevenzione al dissesto idrogeologico non sono imputabili principalmente alla scarsità di risorse. Nel caso di Niscemi, come in molti altri contesti, le risorse sono state stanziate a più riprese. Il problema centrale risiede nella frammentazione amministrativa che rallenta programmazione e messa in opera. La spesa per i rischi naturali è raddoppiata negli ultimi due anni, ma solo una parte degli interventi riesce a concretizzarsi a causa della mancanza di visione di lungo periodo e della difficoltà di coordinamento tra enti. Gli strumenti sviluppati da ISPRA a supporto delle attività di difesa del suolo – la piattaforma IdroGEO, che consente di visualizzare mappe e dati aggiornati sul dissesto, e il sistema ReNDiS, che raccoglie le informazioni tecniche e amministrative sugli interventi finanziati per la difesa del suolo – rappresentano un supporto utile per le attività di pianificazione, in un contesto segnato dall’aumento degli eventi estremi e dalla crescente vulnerabilità del territorio.
Per fronteggiare l’emergenza a Niscemi, le istituzioni hanno giustamente attivato prime misure straordinarie che spaziano dal sostegno economico diretto, come la sospensione dei tributi e dei mutui, allo stanziamento di fondi per la mitigazione strutturale. L’obiettivo primario della politica e di tutta la cittadinanza dovrebbe essere tuttavia la messa in sicurezza del territorio nisseno e regionale e il superamento della logica emergenziale per approdare a una pianificazione preventiva efficace, correggendo le problematiche degli ultimi anni. Senza questo cambio di paradigma, il rischio è che eventi come quello di Niscemi continuino a ripetersi, trasformando fragilità note in crisi sociali ed economiche sempre più gravi.
È necessario un salto di scala nell’azione pubblica. In primo luogo, il Governo nazionale è chiamato a farsi carico dell’emergenza, assicurando risorse adeguate e tempestive per il sostegno alle popolazioni colpite, per il ripristino delle condizioni minime di sicurezza e per evitare ripercussioni economiche durature nei territori interessati. In secondo luogo, dalla gestione dell’emergenza bisogna passare in tempi brevi alla definizione di un programma di interventi strutturali, a partire dalla mobilitazione delle risorse disponibili, facendo leva in particolare sulle risorse del Fondo Sviluppo e Coesione della Regione Siciliana, che destina 1,2 miliardi di euro alle misure per “rischi e adattamento climatico”, da impegnare entro il 2029 nell’ambito dell’Accordo di Coesione sottoscritto con il Governo. In questo quadro, occorre definire una decisa accelerazione dei tempi di attuazione, a partire dalle aree colpite dagli eventi più recenti. Infine, sia nella gestione dell’emergenza sia nella programmazione e realizzazione degli interventi strutturali, risulta essenziale prevedere un pieno coinvolgimento dei Comuni interessati, valorizzandone il ruolo nell’individuazione delle priorità, nell’attuazione e nel monitoraggio degli interventi.

