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7 Febbraio 2026

Dopo l’uragano Harry: per il Sud va superata la logica emergenziale

I terribili danni provocati dal ciclone Harry in diverse aree del Mezzogiorno ripropongono una questione profonda: che cosa significhi davvero essere una comunità e quale debba essere il ruolo dello Stato quando una parte dei suoi cittadini è colpita da eventi che ne mettono a rischio sicurezza, redditi, prospettive di vita.

In queste circostanze, insomma, non siamo di fronte soltanto a una richiesta di risorse finanziarie, ma a una domanda concreta di cittadinanza piena. E nei momenti di crisi che una comunità si dimostra tale, se è capace di reagire in modo unitario, assumendosi collettivamente la responsabilità di proteggere e ricostruire.

Con questo spirito il tema va affrontato attivando tutte le leve disponibili – finanziarie, istituzionali, amministrative – e superando definitivamente una logica puramente emergenziale. Le calamita che oggi colpiscono il Sud non sono incidenti imprevedibili, ma conseguenza di fragilità strutturali accumulate nel tempo, di carenze nella manutenzione del territorio, di assenza di programmazione e di prevenzione che interessano l’intero Paese. Il tutto acuito dagli impatti legati al cambiamento climatico a cui il territorio meridionale è particolarmente esposto.

Come Svimez abbiamo indicato tre direttrici fondamentali di intervento.

La prima è quella dei ristori immediati. Il Governo è chiamato a rispondere con rapidità, mettendo in campo tutte le risorse di bilancio disponibili e attivando, con flessibilità e inventiva, anche altri strumenti che possano essere orientati al sostegno delle popolazioni colpite. La tempestività è decisiva: ritardi e incertezze rischiano di trasformare un disastro naturale in una crisi sociale ed economica di lunga durata.

Tanto più che sono toccati due settori centrali e dinamici dell’economia meridionale, a cui va riconosciuta anche una valenza simbolica. Con quello del turismo che attrae dal mondo verso il Mezzogiorno; e quello dell’alimentare, che, invece, porta verso il mondo i prodotti del nostro Mezzogiorno. Una proiezione internazionale essenziale, dunque, che va sostenuta con la massima cura.

La seconda è quella dell’azione di contrasto al dissesto idrogeologico. È chiaro che il disastro cui assistiamo è frutto di mancati interventi di decenni, dell’assenza di una cultura della prevenzione. Questa calamità deve diventare un punto di svolta: serve, quindi, una programmazione pluriennale, fondata su priorità chiare, capace di ridurre il rischio, migliorare la gestione delle emergenze, diffondere tra i cittadini una piena consapevolezza della necessità della “cura del territorio”.

In questa prospettiva le risorse – europee, statali e regionali – vanno concentrate e integrate tra loro. Abbiamo segnalato, ad esempio, la possibilità di riorientare 1,2 miliardi del Fondo di Sviluppo e Coesione della Regione Sicilia, ma questo può e deve essere solo un primo passo.

La terza direttrice riguarda la governance e il pieno coinvolgimento delle amministrazioni di prossimità. I dati del Rapporto Svimez 2025 mostrano che sono i Comuni il vero motore degli investimenti pubblici in Italia. Sono loro, stretti tra le richieste dei cittadini e le esigenze di realizzazione degli interventi, a conoscere meglio i territori e a dimostrare, spesso, maggiore capacità di spesa ed efficacia operativa. Per questo occorre rafforzarne le competenze, semplificare le procedure e costruire sedi stabili di coordinamento tra tutti livelli di governo.

Risorse immediate per i ristori da parte del governo; una programmazione seria contro il dissesto idrogeologico attorno a cui concentrare risorse europee, statali e regionali, una governance in cui i diversi livelli di governo trovino un luogo di confronto. Questi i tre passi essenziali attorno ai quali, appunto, ricucire questa ferita di comunità. Che va curata con la responsabilità di ognuno dei soggetti coinvolti.

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