UN APPELLO NAZIONALE E MERIDIONALISTA DELLA “SVIMEZ”,

del Presidente Nino Novacco


 

  • Il “federalismo”, in assenza di processi di coesione tra le macro-regioni italiane, non riuscirà ad essere effettivamente “equo”, e potrà addirittura finire col mettere a rischio l’unità stessa dello Stato-Nazione, se e fino a quando gli squilibri interregionali che in Italia hanno determinano il “dualismo” e che penalizzano il Mezzogiorno nelle scelte ubicazionali delle imprese più dinamiche e concorrenziali, saranno rilevanti quanto lo sono oggi.

Il “federalismo fiscale” gioverà poco al futuro del Paese se, attraverso di esso, ci si limiterà solo ad assicurare maggiori poteri decisionali agli enti territoriali, non avendosi alcuna garanzia che i pubblici Amministratori verranno maggiormente responsabilizzati, come si dice, rispetto a loro errori e sprechi, essendo oggi l’Italia una democrazia caratterizzata dal potere di designazione dei vertici dei Partiti, più che da un rigoroso giudizio ex-post degli elettori sulle scelte e sulle concrete condotte di quegli Amministratori locali.

In tale situazione, ripeto, il “federalismo” − ivi compreso quello “fiscale” − servirà assai poco al progresso del Paese se il Governo italiano non avvierà contestualmente una strutturale ed incisiva politica economica nazionale di sviluppo e di coesione, finalizzata alla unificazione anche “economica” tra Mezzogiorno e Centro-Nord, ed a creare nelle aree deboli condizioni ambientali e infrastrutturali di “geografia volontaria” comparabili a quelle presenti nelle aree avanzate.

  • L'estate politica del 2008 ha di fatto avuto come solo tema nazionale – almeno sulla stampa che fa opinione – quello del c.d. “federalismo fiscale”, alimentato dalle “leghe padane” e dai numerosi adepti che, anche da posizioni politiche opposte, condividono la responsabilità di aver concorso nell'ultimo passaggio di Secolo alla affrettata riforma 2001 della saggia Costituzione del 1948. Essi hanno continuato poi a muoversi, con irresponsabile concordia e sottese solidarietà, nel sostenere iniziative che rischiano di portare a compimento il processo di dissoluzione non solo politica ma anche sociale dell'Italia, Paese sempre più caratterizzato da divaricazioni strutturali che negli ultimi decenni hanno visto accentuarsi sistematici divari socio-economici regionali e locali, che purtroppo sono stati intesi e vissuti più come facce scoordinate di numerose e non sempre efficienti istituzioni territoriali [Regioni, Province, Città metropolitane, Comuni, Circoscrizioni, Consorzi, Enti e quant'altro], piuttosto che come pesanti indicatori di squilibri ambientali sostanzialmente inaccettabili per il progresso unitario della Nazione.

  • L'approccio leghista – favorito di fatto da una parte non piccola delle ex “sinistre” e da troppi cattolici del Nord e del Centro-Italia [che pur non condividevano certo i suoi mai del tutto dismessi risvolti estremistici di possibili evocate e titillate secessioni]  viene oggi strumentalmente sostenuto dallo schieramento politico-imprenditoriale risultato vittorioso nell'aprile 2008, ed è stato fortemente rafforzato dai positivi risultati elettorali ottenuti quest'anno nel Nord proprio dai seguaci del Sen. Bossi, diventato così un fattore condizionante degli equilibri politici italiani.

  • La scelta territorialistica e federalistica implicita nei mutamenti introdotti nel 2001 nel Titolo V° della Costituzione, condivisi da troppi con leggerezza o per demagogia, è all'origine della spinta verso il c.d. federalismo fiscale, su cui oggi gli esponenti più politicizzati dell'anomalo nostro localismo si dichiarano pronti a fare strumentalmente delle formali “concessioni”, non arroccandosi ormai solo sulle posizioni più radicali di quell'approccio [il riferimento ad una sola Regione più avanzata (e non alla media di un gruppo di Regioni variamente ricche); il ruolo dello Stato (e non più delle Regioni ricche) nella “perequazione”; ed altre posizioni]. In effetti ben si comprende sempre più che il problema determinante non sarà certo solo la strumentazione del finanziamento della sanità, o della scuola, o dell'assistenza, o dei trasporti locali nel Sud debole o nelle Regioni più piccole, ma il riuscire a non far mettere al centro delle scelte dell’Italia, come decisivo tema di politica economica a lungo termine, nè la sistematica condizione delle esistenti divaricazioni territoriali [nei redditi, nell'occupazione, nelle dotazioni produttive, infrastrutturali e civili del Paese], nè una doverosa politica per lo sviluppo e per la coesione, la cui definizione non potrà non avere, in termini di finalità, determinanti contenuti nazionalmente unitari.

Finché tali profondi squilibri strutturali Nord-Sud rimarranno irrisolti, non sarà certo un po’ più o un po’ meno di federalismo o di centralismo che risolverà alcunché, sia quanto all’entità delle risorse pubbliche necessarie [di fatto non contrattabili, per rispetto alla lettera ed allo spirito dell’art. 119 della Costituzione del 2001], sia con riferimento alle condizioni di ipotetica maggiore efficacia ed efficienza dei “governi”, centrale e locali.

  • La nostra Repubblica, che si definisce “fondata sul lavoro”, non sarà mai né unitariaunita − né sarà mai madre giusta di tutti gli italiani − se ancora nei prossimi decenni il lavoro produttivo e il benessere che generalmente ne consegue continueranno ad essere appannaggio solo di alcuni territori, più prossimi al cuore storico ed avanzato dell'Europa.

  • La determinata battaglia che il meridionalismo nazionale ed europeista della SVIMEZ ha condotto in questi anni nel condizionare i contenuti di un federalismo fiscale tecnicamente “equo”, che non stravolga comunque i diritti di una parte non marginale dei cittadini e dei territori italiani, sarà tutto sommato una battaglia perduta se non riuscirà a far sì che venga contestualmente avviata e resa operativa una organica e strutturata politica di coesione ed unificazione nazionale.

Occorre perciò che una sia pur lenta ma stabile convergenza tra Sud e Nord provochi finalmente – dopo un secolo e mezzo dall'Unità politica dell'Italia raggiunta nel 1861 – anche la sua unificazione economica, ed una più giusta distribuzione dell'occupazione e del lavoro produttivo nel territorio dello Stato-Nazione, i cui valori unificanti non è giusto vengano cancellati dagli egoistici interessi  calcolati mercantilisticamente  delle aree più avanzate e ricche, che di per sé appaiono troppo poco attente all’unità stessa del Paese, e pronte ad ogni provocatoria minaccia.

  • Gravi e grandi si sono dimostrate fino ad oggi le responsabilità politiche dei Governatori delle otto pur divaricate Regioni meridionali, rispetto all'insieme del tendenzialmente coeso Centro-Nord. A parte oggettivi sprechi delle singole gestioni, e gravi loro limiti anche nella valorizzazione delle risorse assegnate dall’UE, le Regioni meridionali non sono apparse capaci di trovare una loro unità né formale nè sostanziale, né di concordare ex ante posizioni comuni rispetto al federalismo ed al federalismo fiscale, ma soprattutto nel sostenere – partendo “dal basso” delle loro comuni arretratezze e degli analoghi loro ritardi nello sviluppo – una organica proposta unitaria di politica economica nazionale, che − partendo dalle infrastrutture, essenziali anche per determinare le convenienze ubicazionali e gestionali delle imprese − ponesse rimedio ai vincoli della geografia e alle colpe della storia e dei governi, che sono all'origine della progressiva disunità dello Stato e della Società italiana, che da anni registrano un lento declino relativo.

  • Formulo oggi questo preoccupato messaggio, da vecchio militante del meridionalismo che dagli anni '50 del Secolo scorso poté concorrere, da presso, alla strategia proposta allora da Pasquale Saraceno, Donato Menichella, Rodolfo Morandi, Francesco Giordani, Giuseppe Cenzato; una strategia patrocinata politicamente da Alcide De Gasperi, e sul piano economico e tecnico da Ezio Vanoni, che chiese infatti alla SVIMEZ di predisporre un poi disatteso “Schema di sviluppo dell’occupazione e del reddito in Italia nel decennio 1955-64”; una strategia favorita dagli USA nel quadro della ricostruzione post-bellica, grazie alle risorse dell'ERP assegnate alla “Cassa per il Mezzogiorno” di Pietro Campilli e di Giulio Pastore, e cioè all’istituzione che per pochi decenni – fino alla metà degli anni ’70 – fu un valido strumento effettivamente speciale, straordinario ed aggiuntivo, egregiamente guidato da Gabriele Pescatore.

  • Avendo io oggi la diretta responsabilità di presiedere la piccola ma sempre vigile ed attiva SVIMEZ – la cui ragione sociale è rimasta da oltre 60 anni quella di una libera Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno  esprimo l'auspicio che la politica e la cultura italiana sappiano e possano raccogliere l'indicazione che sopra ho formulato, e cioè un più valido intreccio ed equilibrio tra una maggiore responsabilità dei poteri territoriali del Sud (che devono saper trovare la strada di un efficiente “auto-coordinamento”), e la capacità dello Stato italiano di definire, avviare e gestire [anche da solo, cioè dopo il 2013 senza i soldi dell’UE] con risorse nazionali non marginali, e per tutto il tempo necessario, una politica di forte progresso e riequilibrio territoriale Nord-Sud. Si tratta di un auspicio che non è certo una sollecitazione né localisticaprovincialistica del Meridione, ma il preoccupato appello che un cittadino − che crede nella validità tecnico-politica di un libero e piccolo sodalizio quale è la SVIMEZ, troppo poco sostenuto sia dalla diffusa incomprensione delle forze economiche del Paese, sia dalle sempre meno adeguate risorse private e pubbliche che la società italiana gli centellina − rivolge allo Stato ed alla Nazione; i loro unitari e profondi interessi ed il loro possibile positivo sviluppo, coincidono − come ha avuto modo di ricordare più volte il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi − con lo stabile e qualificato progresso produttivo anche della macro-regione del Mezzogiorno, realtà viva e potenziale dell'Europa e del Mediterraneo

  • Concludo questo appello, ribadendo che in presenza di assai gravi squilibri economici, occupazionali, ambientali ed infrastrutturali, ed in assenza in Italia di condizioni e di processi di sostanziale convergenza verso la coesione macro-territoriale, l’ormai prossimo federalismo fiscale − che pur ci si sforza di voler definire ex ante come programmaticamente e politicamente “equo” e “cooperativo” − rischia di determinare esiti istituzionali propriamente federalistici, già di fatto considerati impliciti nella Carta costituzionale vigente. Tra competenze proprie delle Regioni, e poteri che esse condividono con lo Stato, viene largamente meno l’autorevolezza e l’autonomia dei luoghi centrali e nazionali di governo, rendendo possibile a localisti e regionalisti di parlare – quando fa loro comodo, e non appare ad essi troppo imprudente – della avvenuta introduzione in Italia di un modello costituzionale di Stato non più unitario, ma sostanzialmente già federale.

  • Lo Stato italiano sembra infatti essersi spogliato proprio dei poteri decisionali relativi ad interventi di riequilibrio strutturale del territorio, possibili attraverso interventi “eccezionali” in materia di sviluppo e di coesione, analoghi a quelli che – per alcuni pochi decenni dopo la fine dell’ultimo conflitto mondiale – furono possibili nel Sud (esplicitamente richiamato nella Carta costituzionale del 1948) per “rimuovere gli squilibri” con il Nord.

La infelice e pasticciata formulazione del comma 5 dell’art. 119 della Costituzione del 2001 ha di fatto accentuato la confusione in materia di interventi di sviluppo e coesione – interventi che per loro natura non possono non avere caratteristiche (di contenuto e territoriali) di tipo macro –, e che si pretende ora per contro di fare entrare nelle competenze e materie del federalismo fiscale di Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni.

  • La difesa che il Presidente della Repubblica correttamente e rigorosamente esercita sui concetti di intangibile unità e indivisibilità dello Stato-Nazione, è un fattore di garanzia.

Tuttavia, chi guarda al futuro dell’Italia nell’ottica delle macro-regioni che la compongono, ed ascolta quel che dicono gli esponenti politici del Centro-Nord quando attualizzano ed esaltano i contenuti delle multiple specificazioni (storiche, etniche, linguistiche) battezzate come “federalismo”, non può fare a meno di essere indotto ad intravedere con preoccupazione il fantasma della dissolta Jugoslavia, e le situazioni – certo non sistematiche, ma non per questo meno preoccupanti – che da tempo si leggono in Europa, dal Nord della Spagna, all’Irlanda, a taluna provincia atesino-tirolese in Italia, e fin all’area della capitale del piccolo Belgio.

  • Dio salvi l’Italia da ogni analogo rischio!

Nino Novacco

Roma, 30 settembre 2008